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01 - Dave Holland (Judas Priest) PDF Stampa E-mail
Scritto da Onde Anomale   
Giovedì 04 Febbraio 2010 17:06

Onde Anomale - Puntata Gio 04 Feb 2010

Puntata del programma Radiofonico Onde Anomale

 

Oggi vi abbiamo parlato di: DAVE HOLLAND

Dave Holland, inglese, è stato il batterista dei Trapeze (dal 1970 al 1979) e dei Judas Priest (dal 1979 al 1989), con i quali ha registrato quelli che probabilmente sono i più famosi ed apprezzati album del quintetto heavy metal di Birmingham. Nel corso di questa puntata abbiamo ripercorso la sua storia musicale e personale, culminata con il processo per stupro che nel 2004 lo ha portato in carcere, dal quale dovrebbe uscire nel 2012.

Questa è la playlist dei brani che abbiamo passato:

1 - JUDAS PRIEST – Metal Gods

New Haven (Connecticut), Coliseum (palazzetto abbattuto nel 2007)
7 agosto 1988 (Ram It Down Tour - FM Broadcast)

Lineup classica anni '80:

Rob Halford - voce
Glenn Tipton - chitarra
K.K. Downing - chitarra
Ian Hill - basso
Dave Holland - batteria

2 - JUDAS PRIEST – Love Bites

Albuquerque (New Mexico), New Mexico Faire
2 maggio 1984 (Defenders Of The Faith Tour - FM Broadcast)

Brano di apertura dei concerti del tour di Defenders Of The Faith, poi ripreso solamente nel tour di Turbo. Questa versione è stata registrata qualche giorno prima di quella inclusa nel doppio Priest…Live! rimasterizzato.

3 - TRAPEZE – Coast To Coast


Tratto dal live ufficiale Welcome To The Real World del 1992 e inciso in seguito ad una reunion della band dopo più di dieci anni con il tastierista Geoff Downes (Yes, Asia) ospite.

Brano del 1972 originariamente apparso sull’album You Are the Music...We're Just the Band.

Lineup:

Glenn Hughes - voce, basso
Mel Galley - chitarra (morto nel 2008)
Dave Holland - batteria
+ Geoff Downes - tastiere

4 -  JUDAS PRIEST – Breaking The Law

Live New Haven (Connecticut), Coliseum
7 agosto 1988 (Ram It Down Tour - FM Broadcast)

5 - JUDAS PRIEST – Ram It Down
(REPLAY)

New Haven (Connecticut), Coliseum
7 agosto 1988 (Ram It Down Tour - FM Broadcast)

6 - JUDAS PRIEST – I’m A Rocker
(REPLAY)

New Haven (Connecticut), Coliseum
7 agosto 1988 (Ram It Down Tour - FM Broadcast)

7 - JUDAS PRIEST – Rock Hard, Ride Free

Albuquerque (New Mexico), New Mexico Faire
2 maggio 1984 (Defenders Of The Faith Tour - FM Broadcast).

Questa versione è registrata qualche giorno prima di quella inclusa nel doppio live rimasterizzato. Canzone eseguita solo tour di Defenders Of The Faith e nel tour 2008/2009 'Priest Feast'.

8 - TRAPEZE – Your Love Is Alright

Versione studio apparsa sull’album Medusa (1970 o ’71).

 

REPLAY

Nella sezione REPLAY abbiamo rivalutato l'album dei Judas Priest Ram It Down, per il quale riportiamo qui di seguito la scheda completa.
Per domande o info scriveteci su Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. .
Lo stesso articolo lo potete trovare nella sezione Onde Anomale del nostro sito www.tsunamiedizioni.com e, se vi piace quello che facciamo, non dimenticate di diventare nostri fan su facebook!

RAM IT DOWN
(Judas Priest, 1988)
di Cristiano Canali

LA STORIA

Dopo la tempesta causata dall’uscita di Turbo nel 1986 e del patinatissimo doppio album e video dal vivo Priest…Live!, i Judas Priest pianificano un ritorno al metal più classico con l’undicesimo disco in studio Ram It Down. Nonostante il mercato americano abbia accolto a braccia aperte la svolta hair metal e catchy portata dal massiccio uso di tastiere e sintetizzatori del disco precedente, lo zoccolo più duro dei fans invocava con vigore una rigorosa marcia indietro verso l’heavy metal puro e tradizionale di dischi quali Defenders Of The Faith, British Steel o Screaming For Vengeance, rifiutando le moderne e accattivanti trame tutte digitali tanto in voga negli USA nella seconda metà degli anni ’80. Giunti alla decisione comune di una retrocessione verso sonorità più dure, i Priest riarrangiano in chiave più metallica ben quattro tracce inedite provenienti dalle session di Turbo (‘Ram It Down’, ‘Hard As Iron’, ‘Love You To Death’ e ‘Monsters Of Rock’), scelgono come singolo una cover della celebre song ‘Johnny B. Goode’ di Chuck Berry incisa l’anno precedente per un omonimo film-commedia e scrivono cinque nuove canzoni per completare la tracklist dell’album: nel mese di maggio del 1988 Ram It Down sbarca nei negozi.

LE ACCUSE

Sin dalla sua uscita Ram It Down è stato accusato quasi universalmente da critica e fan di essere un disco troppo ruffiano e autocelebrativo, figlio incompleto di Turbo e Defenders Of The Faith. All’epoca il thrash metal della Bay Area era nel pieno della sua potenza e in costante aumento di popolarità nel mondo: il look sobrio e diretto delle band di punta del movimento, la sua inaudita velocità, precisione e pesantezza e i testi provocatori e tragicamente realistici delle canzoni facevano apparire il metal dei Priest come frivolo e ormai datato, prigioniero in un limbo che sconfinava ancora troppo esplicitamente nelle melodie hair metal e nell’autoparodia ostentata all’inverosimile. I testi suonavano infantili (“Migliaia di macchine ed un milione di chitarre urlano con forza nell’aria, abbiamo trovato il posto dove i decibel si impennano, l’armata del rock sarà lì […]” è il testo del bridge della title-track, per dare un’idea!), mentre gli scream altissimi di Halford uniti ad un concetto ancora più sofisticato ed estremizzato del look ‘borchie e catene’ non rispecchiavano già più l’idea di durezza e pesantezza invocate dalla maggior parte dei metallari: gli Slayer erano ‘quelli più tosti’, i Metallica ‘quelli più neri’ e i Priest si sono di colpo ritrovati vecchi e superati, dopo aver perso il trono dell’heavy classico con la svolta di tendenza del disco precedente. Inoltre, a livello tecnico, la produzione appariva un po’ troppo plastificata, il basso di Ian Hill a tratti inudibile e non era un segreto che il drummer Dave Holland avesse dovuto registrare alcune parti con l’ausilio di una drum machine, non riuscendo a mantenere una precisione adeguata nelle canzoni più lunghe e veloci.

RIASCOLTANDOLO OGGI…

Signori, non c’è niente da fare: a distanza di quasi ventidue anni Ram It Down è un album Metal con la M maiuscola!! Ormai siamo lontani dal 1988, il thrash non è più una moda nel metal, le sonorità heavy sono cambiate e, se non si contano i nomi storici che hanno reso questo genere grande negli ani ottanta, sono band come gli Hammerfall a tenere ancora alto il concetto di ‘heavy metal classico’ nel 2010, ovviamente non raggiungendo i grandiosi traguardi dei vecchietti ispiratori. Senza più il fastidio della mai negata ruffianata dei Priest, senza più scandalizzarci per i suoni campionati (visto che in studio, oggi, sono praticamente uno standard), senza più l’esigenza di evidenziare se questo disco sia autocelebrativo o meno (anche perché il penultimo Angel Of Retribution, ad esempio, lo è molto più!) e con un Rob Halford profondamente segnato nelle corde vocali dai suoi 59 anni, cosa ci resta di questo disco di concreto e tangibile? Solo la bellezza di dieci canzoni che rappresentano in pieno l’heavy metal ottantiano ‘patinato’, il sound della band comprensivo di tutte le sperimentazioni pre-Painkiller, alcuni degli assoli più belli e complessi mai scritti dal duo Tipton/Downing e delle atmosfere suggestive ed affascinanti ormai completamente perdute, schiacciate dalla possenza delle produzioni moderne che mettono maggiormente in risalto l’impatto sonoro e la durezza delle distorsioni rispetto alla melodia e al lato rockeggiante/sognante delle song. Si è parlato di testi ridicoli... che però non sono altro che gli stereotipi che hanno reso questo genere grande vent’anni fa e che i Priest hanno sempre voluto evidenziare per sottolineare la loro appartenenza alla musica heavy: chitarre fiammanti, macchine, ferro, acciaio, mostri del rock… il brano ‘Heavy Metal’ è il manifesto di un intero mondo! Quante canzoni hanno scritto i KISS che fossero socialmente impegnate, nel complesso? Ben poche… perché prima di ogni cosa i KISS hanno voluto trasmettere il divertimento, la gioia di vivere, l’amore, il sesso, i lati positivi e spensierati della vita. Che non sono tutto, ma sicuramente stanno bene con il ritmo scatenato della loro musica, così come gli stereotipi del metal stanno bene con chi li ha praticamente inventati per divertirsi e far divertire milioni di persone: i Judas Priest. Prima del boom delle sonorità dure e 100% aggressive degli anni novanta (di cui, paradossalmente, sempre Painkiller dei Priest è stato il precursore), Ram It Down è uno degli ultimi manifesti di cosa volesse dire fare heavy metal nel decennio precedente. La voce di Rob Halford non ha mai cantato così in alto, le chitarre di Glenn e K.K. non sono mai state così intrecciate, taglienti e riverberate e le melodie così spudoratamente belle, precise ed orecchiabili, i suoni così animati dall’effetto ‘arena/stadio’ e i sintetizzatori così martellanti e ben integrati con il resto degli strumenti. Cosa importa se i Priest non sono andati avanti con questo disco nel 1988? Lo hanno fatto con quello successivo, lasciandoci questo testamento definitivo della magia metallica degli anni ottanta.

I MOMENTI MIGLIORI

La opener/title-track è un vero pugno nello stomaco e lo scream iniziale tutto un programma! Oltre al chorus da cantare fino all’afonia, trovano sicuramente un posto di assoluto pregio nella storia dei Priest e del metal gli assoli intrecciati centrali, studiati nota per nota per essere accattivanti, melodici, metallici e al 100% integrati con le splendide e mai ripetitive ritmiche su cui si poggiano. ‘Heavy Metal’ è una delle pochissime canzoni a prendere il via… con un assolo! Quale modo migliore di celebrare il genere che più ha messo a dura prova la resistenza fisica delle chitarre elettriche (e delle dita di chi le suona)? La strofa prende il via con un Halford acidissimo, quasi robotico, ed un synth di sfondo che abbinato alla batteria crea l’effetto di un maglio perforante. Le chitarre fanno il loro ingresso in maniera trionfale e il chorus è ciò che tutti vorremmo urlare in un’arena insieme a centomila metallari, un palco gigantesco, magliette strappate, ragazze scatenate fiumi di birra (salute)! Ancora una volta meravigliosa la solistica centrale. Mentre ‘Come And Get It’ funge da perfetta colonna sonora per una serata passata al pub con gli amici, ‘Hard As Iron’ si presenta come la ‘Painkiller’ degli anni ottanta dei Priest: una furia di doppio pedale e riff pesanti come montagne si abbatte sull’ascoltatore, effetti sonori animano la voce di Halford e creano un’atmosfera ‘dura come il ferro’, mentre il ritornello ci dimostra quanto versatile e in forma fosse il Metal God a quei tempi. Definire tamarro e stereotipato l’assolo è dire poco, ma ci piace così! ‘Blood Red Skies’ è stata non a caso definita la ‘Victim Of Changes’ degli anni ottanta dai fan e dalla stessa band ed è il punto più alto di tutto il disco, un capolavoro di altissimo valore capace di suscitare ogni tipo di emozione. Atmosfera cinematografica da film sci-fi, suoni digitali maestosi, robot, laser e la fantascienza da b-movie che tutti adoriamo e ricordiamo con affetto del decennio ottantiano. Halford è al massimo come estensione vocale ed interpretazione, mentre le chitarre beneficiano di suoni stellari ed arrangiamenti di assoluta classe: da ascoltare e vivere ad occhi chiusi, immergendosi in mondi lontani, misteriosi e fantascientifici. ‘I’m A Rocker’ è un nuovo manifesto di tamarraggine metallara la cui melodia di apertura è da brividi nella schiena, come l’assolo centrale e il crescendo che precede il ritornello di chiusura: metal allo stato puro. E la cover di ‘Johnny B. Goode’ non è stramaledettamente divertente? Immaginate cosa sarebbe successo se Marty McFly avesse suonato questa versione della song negli anni cinquanta in Ritorno al Futuro! Uno spasso totale e acuti a go-go!!

CURIOSITÀ

Il tour di supporto al disco, chiamato ‘Mercenaries Of Metal’, ha visto i Priest esibirsi per circa un centinaio di date in un solo anno ed è stato tra i più spettacolari e meglio riusciti della storia della band per prestazioni e scenografie: Halford in particolare era in stato di grazia e dopo il 1988, anche nel tour di Painkiller, non ha più cantato con l’impressionante estensione e precisione del tour di Ram It Down. Il Prete di Giuda è venuto per la prima volta in Italia proprio nel 1988 al Palatrussardi di Milano (ora PalaSharp) e Palasport di Firenze (ora Nelson Mandela Forum). Il 30 settembre 1988 a Reno, Nevada (USA) lo Sceriffo locale ha consegnato direttamente ai Priest un’ingiunzione che li obbligava ad apparire in tribunale durante un processo a loro carico a causa dei testi apparsi sull’album Stained Class, ritenuti responsabili di aver causato il suicidio di due ragazzi fans della band. Principalmente è a causa di questo fatto se il gruppo si dimostra poco legato a Ram It Down e a quel particolare e triste periodo della sua grande storia. Nel 2001 la Sony ha rilasciato un’ottima versione rimasterizzata del disco, con le song dal vivo ‘Night Comes Down’ e ‘Bloodstone’ come bonus tracks.

IDENTITY CARD 1988

Provenienza: Inghilterra
Genere: Heavy Metal
Formazione: Rob Halford (voce) Glenn Tipton (chitarra) K.K. Downing (chitarra) Ian Hill (basso) Dave Holland (batteria)
Tracklist: ‘Ram It Down’, ‘Heavy Metal’, ‘Love Zone’, ‘Come And Get It’, ‘Hard As Iron’, ‘Blood Red Skies’, ‘I'm A Rocker’, ‘Johnny B. Goode’, ‘Love You To Death’, ‘Monsters Of Rock’
Produttore: Tom Allom

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Ultimo aggiornamento Sabato 26 Giugno 2010 09:57
 

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