Intervista ai Roccaforte

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Partiamo dall’inizio: i Roccaforte nascono nel 1993.

Esatto, anche se all’epoca ci trovavamo per strimpellare un paio di accordi. L’idea, comunque, era di scrivere musica nostra e di non diventare un’altra cover band. L’inizio – spiegano Fabio Serra e Bruno Borello, gli unici due presenti fin dalla nascita del gruppo – è stato difficilissimo, sia musicalmente che a livello di formazione. Di fatto abbiamo iniziato sul serio nel 2001 con una scaletta di circa dieci brani. Ad oggi abbiamo quattro album studio e circa 350 live. Roccaforte, il nome della band, deriva da un posto molto suggestivo immerso nelle colline del Monferrato. Si chiama Fortezza Rocca Civalieri ed è stata la prima sala prova.

L’idea di non essere una cover band deve essere stata complicata da portare avanti, soprattutto all’inizio

Sì e per molti anni l’abbiamo portata avanti con orgoglio. Poi, per esigenze di lunghezza degli spettacoli, abbiamo inserito qualche cover in linea con il nostro pensiero e gusto musicale. Diciamo che in uno show di due ore il rapporto è circa 70% brani nostri e la rimanenza in cover.

Ecco, parliamo di stile: qual è lo stile dei Roccaforte?

Le nostre canzoni sono quasi un lavoro di gruppo. Portiamo in saletta il testo o la musica, e da lì lavoriamo sulla base ritmica, facendo nascere le idee ed adeguando le parole alla melodia o viceversa. Nel corso degli anni il nostro stile si è modificato. Siamo partiti con brani, sempre in stile rock cantato in italiano, con sonorità prevalentemente POP. Oggi abbiamo mantenuto le fondamenta del rock ma strizzando l’occhio al PROG. Quindi uno stile vero e proprio non l’abbiamo ma poi è strettamente necessario identificarsi in qualche corrente?

Quali tematiche preferite nei vostri testi?

Nelle nostre canzoni abbiamo parlato di tutto. Nel corso della storia dei Roccaforte sono cambiate anche le persone che scrivevano. I pezzi più vecchi hanno un’impronta più romantica mentre quelli più recenti toccano tematiche sociali, esperienze di vita. Abbiamo descritto viaggi e trasformato vecchie leggende, abbiamo messo a confronto antichi regimi con la politica d’oggi. In ultimo abbiamo scritto, su commissione, un inno ufficiale per le squadre di pallavolo femminile della nostra città. Insomma cerchiamo di parlare e mettere in evidenza ciò che viviamo realmente nel quotidiano.

Finalmente una band alessandrina. Che cosa c’è da sapere sulla musica e in che rapporto (musicale e artistico) siete con la vostra città?

In passato abbiamo suonato molto in Liguria, in Lombardia, in Piemonte tranne nella nostra città.  Da un paio di anni siamo stati coinvolti in diverse iniziative (notti bianche, feste di quartiere, feste gastronomiche) e abbiamo incominciato anche a suonare in alcuni locali della città dove le tappe annuali sono diventate fisse. Purtroppo sono poche le location live e spesso richiedono dei set acustici e il nostro show è più improntato sull’elettrico.

Roccaforte è principalmente una live band, che da anni macina concerti su concerti: qual è la differenza tra i Roccaforte in studio e dal vivo?

In studio si può fare di tutto. Incisioni, sovraincisioni, cori, correzioni, ecc. Nei live no. Non facciamo uso di basi o sequenze. Suoniamo quattro strumenti e una voce e vogliamo rimanere cosi. Il live esprime ciò che veramente è una band con la sua potenza, con il suo groove e anche con i suoi errori. Oggi non sbaglia più nessuno. L’esperienza dei palchi ci ha insegnato come correggere gli errori in tempo e non fermarsi mai e spesso dalla parte di chi ci ascolta non si accorge di alcune imperfezioni. Il live ti regala il contatto umano e quando osserviamo persone che cantano i nostri brani non c’è prezzo o soldo che compensi l’emozione e la soddisfazione di ciò che si è fatto.

Voi suonate molto dal vivo. Cosa ne pensate del “Decreto Valore Cultura”? Oltre alla riduzione della burocrazia per gli organizzatori di live con l’eliminazione della burocrazia prima pesantemente necessaria tra autorizzazioni e licenze?  Cos’altro ancora servirebbe?

Abbiamo firmato on line per fare in modo di attivare tutto il processo. Un piccolo passo si è fatto ed è ovvio che eliminare una parte della burocrazia, non solo in questo campo, facilita il lavoro di molti. Riteniamo, però, che il problema di fondo sia un altro.

– Da parte dei musicisti si ha la grande colpa che spesso si accetta di suonare ad un prezzo ridicolo o gratis pur di suonare. In passato l’abbiamo fatto anche noi ma era l’unico modo per poter far uscire la nostra musica dalla sala prove e di confrontarci con il giudizio di una giuria o con altre band e purtroppo è il sistema che ti obbliga a far cosi.

– Da parte del pubblico riscontriamo che non c’è più la cultura del live. Pare che la musica si sia fermata ad un paio di rock star e party band anni 60-80.

– Da parte dei locali bisognerebbe scrivere un poema che ormai è comune in ogni posto e città. Diciamo soltanto che la maggior parte delle volte non stampano neanche una locandina (in download free dal sito) da attaccare nel locale stesso e se non fosse per i “fedelissimi” che seguono le band sarebbero vuoti. Faticano a capire che è il locale a dover mettere il pubblico, i musicisti pensano alla musica. Se i musicisti avessero le persone da portare per riempire i locali suonerebbero nel proprio giardino e si terrebbero gli incassi. Nei locali in cui esiste una direzione artistica non ci si può neanche avvicinare perché intanto la rotazione delle band è sempre la stessa.

Noi abbiamo suonato moltissimo live, circa 350 serate dal 2005, e speriamo di continuare perché l’adrenalina del palco è impagabile però la realtà è sempre più drastica soprattutto per chi, come la noi, propone musica originale.

Le vittorie, nel vostro percorso, non sono mancate. Le ripercorriamo insieme?

Nel 2010 abbiamo vinto il Festival di Saint Vincent, con “20mq di libertà”, e mai più ci avremmo sperato. Eravamo 5000 all’inizio, da tutta Italia. Un bel successo eh, ma non ci ha portato a nulla. L’anno dopo il buon piazzamento a Sanremo Rock ci ha permesso di includere il brano “Vetrine” nella compilation Sanremo Rock 2010 – 2011. Siamo anche stati due volte vincitori al Prato Music Festival, a Prato Sesia, nel 2011 e nel 2013, mentre nel 2014 è stata la volta del Liguria Selection, un festival importante che ci ha visti primi assoluti: questo ci ha permesso di partecipare come big al FIM – Festival Internazionale della Musica di Genova, accanto ai grandi nomi della musica nazionale. Nel mezzo, due videoclip – Avatar e L’Aquilone – e alcuni cambi di etichetta. E arriviamo ad oggi: abbiamo vissuto un’esperienza davvero magica al festival di Arenzano, “Mare di Stelle”, suonando accompagnati da un’orchestra di trenta elementi e classificandoci secondi. Subito dopo, un altro secondo posto al FrasSuono di Frassineto Po, vincendo anche il premio della Giuria Popolare.

Mai pensato ad un reality? Sembrano una delle chiavi d’accesso più diffuse per arrivare al grande pubblico.

Secondo noi chi fa musica seriamente odia i reality musicali, ma ci rendiamo conto che si tratta di un ottimo trampolino. Il problema è che siamo una band e neanche giovanissima quindi fuori dai format standard.

Nel vostro percorso, anche un album realizzato grazie al crowdfunding.

Sì. L’ultimo lavoro dal titolo Sentiero #3, uscito nel maggio 2015, è stato realizzato con il crowdfunding tramite una nota piattaforma. All’inizio eravamo un po’ scettici ma poi risulta un ottimo modo per poter finanziare la produzione di un album. Abbiamo preso l’avventura come una sorta di esperimento e ne siamo usciti soddisfatti.

Come funziona?

In base al numero dei fan e dei contatti si stabilisce un budget: il nostro era di 2500 euro in due mesi, da raccogliere tramite la piattaforma Music Raiser. A disposizione abbiamo messo delle ricompense – dai nostri album alle magliette, passando per i concerti e per le chiavette usb. Di fatto si tratta di una prevendita del cd che sarebbe uscito. E lì stava il difficile: l’Italia non è ancora abituata a questo concetto, per molti è un finanziamento buttato al vento. Siamo partiti in salita, nonostante il nostro pubblico sia nutrito. Nonostante tutto, siamo arrivati al 106% e abbiamo ottenuto il finanziamento. A maggio 2015, così, è uscito il nostro quarto album, Sentiero #3.

Vi ha chiamato Pino Scotto? Cosa ha detto?

Ci ha fatto i complimenti – Bruno lo racconta sorridendo – e ci ha detto che quello che gli abbiamo fatto ascoltare è un bel disco, fatto da gente che suona. Però ci ha consigliato di avere il coraggio di osare di più. Lo avevamo contattato tramite Facebook, per avere un suo giudizio, ma di certo non speravamo in una telefonata. Invece ci ha chiesto il cd e poi ha telefonato. Ancora non sembra vero…

Suonare le proprie canzoni davanti ad un pubblico di fan è una grande soddisfazione…

Scrivere un pezzo proprio è un po’ come creare un qualche cosa dal nulla: quando vedi che la gente ti segue e canta le tue canzoni, è una sensazione fantastica. Soprattutto perché costruirsi un pubblico è difficile. Una cosa, però, la possiamo dire: dopo tanti anni, nessuno è mai scappato.

Cosa volete oggi e cosa seguirà?

Oggi vorremmo una situazione in cui la gente va nel locale perché suonano i Roccaforte e non perché la portano i Roccaforte. Vorremmo che rinascesse la cultura della musica live, suonata davvero, e che la musica emergente in Italia non fosse così maltrattata e trascurata. Ma non ci arrendiamo. Lo scopo di suonare live è proprio quello di diffondere a macchia d’olio la nostra musica; se durante un concerto ci fosse anche una sola persona che non ci ha mai sentito e che si riconosce in quello che facciamo, lo scopo è raggiunto. Purtroppo i posti per suonare sono sempre meno e lo scopo va un po’ a scemare.

Seguirà un ripristino di tutto il nostro repertorio perché da poco abbiamo definito una nuova line-up alla voce e alla batteria e, sicuramente, un nuovo lavoro che porterà alla luce il nostro quinto album.

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