Da riscoprire: la storia di “Bark at the moon” di Ozzy Osbourne


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Da rockol.it

È il 1983 e Ozzy ormai da due anni abbondanti si è lanciato nell’arena del rock come artista solista, dopo avere abbandonato i mitici Black Sabbath. Questa sua nuova vita musicale e professionale è stata tenuta a battesimo da due album in studio – “Blizzard of Ozz” e “Diary of a madman” – accolti molto bene da critica e fan. Eppure il diavolo ci mette la coda (e magari anche qualcosa in più), per cui nel marzo del 1982, proprio nel pieno del tour promozionale per il secondo disco, accade l’impensabile. Uno di quegli avvenimenti che fanno tanto “storia del rock”, ma che sembrano costruiti dalla fantasia di uno sceneggiatore hollywoodiano in vena di scherzi crudeli.

È il 19 marzo, quando – a una settimana da un importante appuntamento live al Madison Square Garden di New York – un aereo da diporto pilotato da Andrew Aycock (il guidatore ufficiale della band) si schianta contro il tour bus, facendo evoluzioni azzardate in aria. Sul velivolo sono presenti anche il giovane chitarrista prodigio Randy Rhoads e Rachel Youngblood, la parrucchiera e costumista del tour. Una bravata finita male, malissimo: il bilancio terribile è di tre vittime (tutti e tre gli occupanti dell’aereo).
Il colpo è bruttissimo per Ozzy, che alla morte di Rhoads cade in una profonda depressione e sospende il tour per due settimane, per tentare di riprendersi e capire come muoversi. Prova anche a disintossicarsi per liberarsi dalle solite cattive abitudini molto rock e la moglie Sharon lo manda con le maniere brusche alla Betty Ford Clinic… con scarsissimi risultati, purtroppo (passeranno ancora quasi 20 anni prima che Ozzy si “ripulisca” un po’)

A questo periodo di grave confusione segue un disco doppio dal vivo molto interlocutorio, pubblicato per obblighi contrattuali (“Speak of the devil”, che contiene solo rifacimenti dei pezzi dei Black Sabbath). E poi arriva “Bark at the moon”: l’album della seconda rinascita di Ozzy, che lo vede affidarsi al giovane Jake E. Lee – arruolato al posto del compianto Rhoads.
Lee è giunto da poco a Los Angeles, dove si è unito prima ai pre-Ratt (che all’epoca si facevano chiamare Mickey Ratt) e poi ai Rough Cutt (prodotti nientemeno che da Ronnie James Dio, ironia della sorte): il motivo per cui la scelta ricade su di lui è, per certi versi, risultato di una riflessione artistica e di marketing… Lee, infatti, ha uno stile molto differente rispetto a Rhoads, molto più incentrato sul glam metal che inizia a spopolare sul mercato americano: in questo modo si spera di dare un’iniezione di novità e freschezza al sound di Ozzy, che rischia di cristallizzarsi in schemi troppo noti e – alla lunga – potenzialmente forieri di noia nei fan.

Lee è, dunque, l’elemento chiave per comprendere il disco. Ma lo è anche per la nascita dei pezzi, visto che Ozzy è in uno dei momenti più bui della propria esistenza, preso nel vortice delle dipendenze e con poche energie creative a disposizione. Tanto che Lee, in occasione del trentesimo anniversario dell’uscita dell’album, spiegò in un’intervista:

Posso dire – e con orgoglio – di essere piuttosto certo che il periodo in cui sono stato nella band sia stato quello in cui Ozzy era davvero più fuori di testa che mai. All’epoca non pensavo fosse qualcosa di cui andare fiero, ma ora la vedo come una specie di medaglia al valore per essere sopravvissuto a quel periodo. È stato interessante. […] La maggior parte delle canzoni le facemmo Bob Daisley (il bassista – ndr) ed io. Perché Ozzy ogni tanto si faceva vedere, ma solo per fare qualche prova confusa. Mi ricordo che avevo il riff di “Bark at the moon” e glielo feci sentire. Lui disse: “Oh, mi piace molto – questa la chiameremo ‘Bark at the moon’”, perché aveva già in mente questo come titolo del disco. Quindi disse: “Questa è la canzone che si chiamerà ‘Bark at the moon’”. Lui faceva uscite del genere e poi, a seconda dei casi, o collassava o se ne andava, lasciando soli me e Bob. Ce ne stavamo in studio a costruire e comporre i pezzi; era divertente lavorare con Bob. Ha anche scritto tutti i testi ed è bravissimo con le parole.

Siamo, quindi, di fronte a un disco di rottura, per certi versi, che segna l’inizio di un nuovo corso per Ozzy: più “moderno”, più hard/metal nel senso contemporaneo. Non avrebbe però alcun senso fare paragoni con il periodo Rhoads, (che è stato differente in forma e sostanza, oltre che segnato in maniera indelebile dall’originalità e dal talento mostruoso del giovane e sfortunato chitarrista: “Bark at the moon” è un nuovo inizio, il primo mattone di un rinnovamento per Osbourne – che culminerà, poi, nell’era Wylde.

“Bark at the moon” viene anticipato dalla title track, pubblicata come singolo apripista: una canzone che subito esalta gli animi dei fan più accaniti, per il suo piglio heavy ed energico.
Più grattacapi arrivano, invece, dal secondo singolo, ovvero la ballad rifinita, dai toni molto pop e soft, “So tired”: una mossa che i puristi del rock duro vedono come una sorta di oltraggio alla loro fede metallica. L’album vende però bene e suona come una consacrazione di Ozzy come solista – tutto questo nonostante un brutto episodio di cronaca che provoca l’addensarsi di pesanti nuvole sulla carriera dell’ex Black Sabbath. Poco dopo l’uscita di “Bark at the moon”, infatti, un canadese (James Jollimore) uccide una donna e i suoi due figli e dice di averlo fatto in seguito all’ascolto del disco. Una circostanza che getta in luce pessima Ozzy, che già stava affrontando le conseguenze – mediatiche e legali – per il suicidio di un fan che, secondo alcuni, sarebbe avvenuto a causa del suo brano “Suicide solution” (tratto da “Blizzard of Ozz”). Accuse smentite dalla storia e provocate da quell’ondata di bigotteria musicale tutta made in USA che sarebbe culminata nella nascita del PMRC… ma questa è un’altra faccenda.

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